BABALIBRI NO, IL VASINO NO BABABUM

Babalibri

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Il piccolo Gaspare si trova davanti a un grave dilemma: continuare a fare pupù nel pannolino (e non poter giocare con il fratello Simone) oppure decidersi a prendere in considerazione il vasino. Mamma e papà fanno del proprio meglio per convincerlo ma, sulle prime, sembra che quello strano oggetto non ispiri a Gaspare la minima fiducia. Però, dopo averci giocato per un po’ (complice anche il gatto di casa) Gaspare si concede un esperimento. E finalmente il successo arriva! Tutti in famiglia sono entusiasti. Tranne Simone…

Nasce negli Stati Uniti. A sette anni si trasferisce in Francia dove studia per diventare interprete. Ma la sua vera passione sono i libri per bambini. Decide quindi di intraprendere questa strada e ne fa la sua professione. Vive a Parigi.

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Babalibri ha intervistato, Stephanie Blake, per poterla conoscere più da vicino.

Stephanie, dove sei cresciuta, quali studi hai fatto, come sei approdata ai libri per bambini?

Sono arrivata in Francia a sette anni dagli Stati Uniti. I libri della mia infanzia sono quindi anglosassoni: Dr. Seuss, Richard Scarry, William Steig, Margaret Wise Brown, A.A. Milne, Maurice Sendak, Tomi Ungerer (non proprio anglosassone, ma quasi!). Poi ci sono stati C.S. Lewis, Laura Ingalls Wilder e soprattutto Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren fonte d’ispirazione per affrontare le mie angosce infantili. Ero bilingue inglese/francese, quindi pensavo di diventare interprete. Ho perciò intrapreso gli studi della lingua cinese, mi sono laureata e sono partita alla volta di Pechino per tre mesi. Ma in fondo, tutto questo non mi interessava più di tanto. La mia vera passione erano i libri per l’infanzia. Credo che la nascita del mio primo figlio mi abbia spinto ad imboccare questa strada.

Quali sono gli aspetti più importanti secondo te che bisogna tenere presente quando si vuole scrivere un libro per bambini?

Non bisogna mai dimenticare a chi ci si rivolge: I BAMBINI! Potrebbe sembrare banale ma all’inizio ero più preoccupata del lato artistico dei miei libri, della grafica, dei colori, dell’aspetto «arte» (in un certo senso la parte narcisistica del mestiere) da dimenticare lo scopo finale: raccontare storie ai bambini. Perché si scrive per i bambini? Quali sono le finalità? E infine, senza cadere nel moralismo: cosa puoi dire ai bambini? Per me una sola cosa: farli ridere… 

Le avventure di Simone (il tuo personaggio principale) sono le stesse di Stephanie bambina, in una sorta di autobiografia o appartengono all’infanzia in senso lato?

Attingo molto dai miei bambini e da quelli degli altri: poi approfondisco la tematica infantile. Per disegnare le espressioni di Simone, parto spesso da una frustrazione personale, da un’arrabbiatura o da altre emozioni perché l’espressione sia trasmessa nella maniera più consona, perché possa diventare quasi reale…

Hai un aneddoto che ti è successo lavorando con i bambini?

Una volta, sono arrivata in una classe della scuola dell’infanzia. I bambini avevano costruito delle sculture di Simone, alcune grandi, altre piccole. Simone era dovunque. I bambini erano molto agitati per l’evento e mi aspettavano come un messia, seduti composti. Ma quando sono entrata in classe, hanno cominciato tutti a piangere, si sono alzati a cercare dappertutto, e ho visto la delusione nei loro occhi: «Ma dov’è Simone? Chi è questa signora?».

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